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Panda Security spiega come gestire le patch di protezione al meglio


A metà marzo di quest'anno, la superficie d'attacco dei sistemi IT si è improvvisamente ampliata. A causa dell'emergenza sanitaria un elevato numero di persone nel mondo ha iniziato a lavorare da casa, al di fuori della rete aziendale. In alcuni casi, infatti, gli strumenti non sono stati forniti dalle aziende ma molti lavoratori hanno dovuto utilizzare i PC personali per creare, archiviare e inviare dati. Questa tendenza viene generalmente definita come BYOC. Tutti questi fattori hanno aumentato l'esposizione dei sistemi informatici a molteplici minacce, soprattutto dal momento che i team IT hanno iniziato ad avere meno controllo rispetto a quando l'intero personale si trova in ufficio.

Rilasciato nuovo tool di decifrazione contro il ransomware GandCrab


Un nuovo strumento di decrittografia, che permette di recuperare file oggetto di infezione del ransomware GandCrab, è stato stato sviluppato da società di sicurezza in collaborazione con forze dell’ordine di diversi Paesi. GandCrab è stato scoperto verso la fine del gennaio 2018 come parte di Ransomware-as-a-Service (RaaS) e presto è diventato il ransomware più popolare e diffuso dell'anno. I crypto-malware si infiltrano nei computer attraverso file allegati in e-mail di spam o sfruttando la vulnerabilità dei software. Il nuovo tool consente alle vittime di GandCrab in tutto il mondo di recuperare le loro informazioni crittografate senza pagare decine di milioni di dollari in riscatto ai criminali.

Cybercrime, Kaspersky Lab: attacchi DDoS a una svolta in Q4 2016


Kaspersky Lab ha pubblicato il report sugli attacchi DDoS via botnet che sono stati attuati negli ultimi tre mesi dello scorso anno. L’ultimo trimestre del 2016 ha visto progressi significativi negli attacchi DDoS. Le tecniche sono sempre più sofisticate e la gamma di dispositivi attaccati da botnet è sempre più diversificata, mentre i cyber criminali si dimostrano sempre più abili nello scegliere bersagli ampi e importanti: questo è ciò che emerge nel report di Kaspersky Lab dedicato agli attacchi DDoS nell’ultimo trimestre 2016. Nel quarto trimestre 2016, il sistema di DDoS Intelligence* di Kaspersky Lab ha registrato attacchi DDoS basati su botnet in 80 Paesi, rispetto ai 67 del trimestre precedente.

G Data: phishing travestito da foglio Excel condiviso su Windows Live


Il ransomware Locky ha infettato migliaia di computer al giorno in tutto il mondo e ha causato caos su Internet grazie alla sua notevole capacità di mutare e di creare nuove varianti. Un ransomware, spiegano gli esperti di sicurezza informatica di G DATA, è un malware che crittografa i contenuti memorizzati sul proprio PC e richiede un riscatto in cambio del recupero delle informazioni rapite. Locky, che raggiunge le sue vittime nelle e-mail, è anche in grado di muoversi per la rete e cifrare tutto sul suo cammino, inclusi i file condivisi e backup. L’espansione dei ransomware ha avuto un aumento negli ultimi tre anni, quando molti programmi malevoli hanno adottato algoritmi di cifratura più robusti.

Backup: Kroll Ontrack, perdite di dati dovute a possibili errori umani


Gli ambienti di storage enterprise complessi richiedono protocolli di backup più completi e investimenti in tecnologie a salvaguardia dei dati. Kroll Ontrack ha rilasciato oggi l’elenco più recente sugli errori più comuni commessi dagli amministratori IT che possono portare alla perdita di dati e a tempi di inattività della rete. I risultati indicano che la complessità degli ambienti di storage e la crescita nel volume delle informazioni possono portare a significative perdite di dati in caso di errore umano, lasciando molte aziende vulnerabili a rischi di sicurezza e a conseguenze di natura finanziaria se non vi sono investimenti e non si aderisce a policy sulla gestione dei rischi tecnologici.

Kroll Ontrack: tecnologia SSD sempre più utilizzata ma non infallibile


Secondo un recente sondaggio sull’utilizzo della tecnologia SSD (solid-state drive), Kroll Ontrack, fornitore leader nell’offerta di soluzioni e servizi di recupero dati, cancellazione sicura e computer forensics, ha rivelato che, mentre quasi il 90 percento degli intervistati sfrutta i vantaggi derivanti dalle prestazioni e dall’affidabilità di questa tecnologia all’interno della propria azienda, un terzo ha confermato di aver avuto problemi a causa del suo cattivo funzionamento. Di questi, il 61 percento ha avuto una perdita di dati, e meno del 20 percento sono riusciti a recuperarli, a conferma della nota complessità del recupero dati da SSD.

Equation Group: Kaspersky scopre spyware nascosto negli hard disk


Kaspersky Lab ha rivelato l’esistenza della più complessa operazione di infezione e spionaggio mai vista. Un’azione superiore a quella di qualsiasi altro gruppo hacker “in termini di complessità e sofisticatezza”. Per molti anni, il Global Research and Analysis Team (GReAT) di Kaspersky Lab ha attentamente monitorato più di 60 gruppi criminali responsabili di attacchi informatici in tutto il mondo. Gli esperti del GReAT team e hanno potuto osservare gli attacchi diventare sempre più complessi grazie all’entrata in gioco di Stati-nazione che hanno tentato di armarsi con strumenti molto avanzati.

Partner Data: foto rubate sul Web, come proteggere i dati nel Cloud


Il controllo degli accessi alla fonte appare il sistema più efficace per proteggersi dalle perdite dei dati sensibili.  Partner Data*, leader nel mercato dei prodotti per la sicurezza IT e protezione del software, ha realizzato un approfondimento dedicato al tema della sicurezza sul Cloud, un dibattito riemerso con prepotenza dopo i recenti episodi che hanno visto numerosi furti di immagini private. Maurizio Moroni, responsabile divisione Security di Partner Data, fa il punto su potenzialità e limiti del Cloud, individuando alcune strategie che l’utente finale può mettere in atto per assicurarsi maggiore sicurezza. Possiamo riassumere le principali qualità del cloud computing usando tre termini specifici.

FBI in collaborazione con Microsoft abbattono botnet GameOver Zeus


A seguito dell'azione multi-nazionale contro la botnet GameOver Zeus, Microsoft è lieto di annunciare che, lavorando a stretto contatto con l'FBI e partner di settore, è intervenuta per rimuovere il malware, in modo che i computer infetti non possono più essere utilizzati per danneggiare. La GameOver Zeus, una variante della famiglia di malware Zeus (o Zbot ), è un password-stealing trojan altamente prevalente, secondo la ricerca da parte del Microsoft Security Intelligence Report. Dell SecureWorks Counter Threat Unit riferisce che era il trojan bancario più attivo del 2013, tuttavia, l'impatto di GameOver Zeus non si limita al settore finanziario.

Sicurezza Web e cyber attacchi: guida alla sopravvivenza di Imperva


Tra chi riceve intimazioni di pagamento di ingenti importi pena il veder crollare il proprio sito sotto una moltitudine di attacchi DDoS, chi apre un Google alert e scopre di essere l’obiettivo del prossimo attacco da parte degli hacktivist e chi invece riscontra che il framework applicativo su cui poggia il proprio sito è un colabrodo e che ci vorranno mesi per rimuovere tutte le vulnerabilità, si stima che il 74% di tutte le organizzazioni, pubbliche o private, a livello globale sia stato vittima almeno una volta di un attacco e che alcuni siti a traffico elevato subiscano fino a 26 tentativi di attacco al minuto. Cosa fare quando l’incubo peggiore si tramuta in realtà? 

Sebbene gli attacchi condotti via web non siano una novità, è innegabile che essi evolvano nel tempo. L’industrializzazione del cybercrime ha visto tecniche di attacco articolate, tra cui cross site scripting (XSS), directory traversal, remote file inclusion (RFI), local file inclusion (LFI), cross-site request forgery, attacchi DDoS e varianti scavalcare il tipico attacco frontale ai danni di aziende pubbliche e private di qualsiasi dimensione e tipo. L’intento è noto a chiunque: carpire dati riservati da rivendere al mercato nero o utilizzare a scopo fraudolento, mettere in ginocchio server Web o modificarne i contenuti o per motivi politici o per frodare gli ignari utenti.

Le modalità di un attacco Web variano drasticamente in base a chi lo conduce. Uno script kiddie che attacca un sito e-commerce per trafugare i dati delle carte di credito utilizza strumenti e tecniche ben diverse da un gruppo di hacktivists intento a mettere in ginocchio il sito di una banca tra le Fortune 50. Peraltro gli stessi strumenti impiegati subiscono numerose variazioni nel tempo: gli hacker ne creano costantemente di nuovi per aggirare i sistemi di identificazione delle signature lasciando con un palmo di naso chi sviluppa le applicazioni. 

Ne consegue che anche le modalità di contrasto di un attacco dovranno essere flessibili. Indipendentemente dalla motivazione dell’attacco infatti, gli hacker mirano in genere a siti che ritengono potenzialmente vulnerabili. Una volta esaurito il portafoglio di tecniche di attacco, passeranno alla prossima vittima. Le organizzazioni possono rendere i propri siti verosimilmente impenetrabili agli attacchi, implementando difese inviolabili tra cui il blocco degli attacchi in tempo reale, misure anti-automatizzazione, elasticità di banda multi-gigabit e protezione delle sessioni, con la speranza che gli hacker abbandonino rapidamente l’impresa.

In base alle numerose interviste condotte con un ampio pool di esperti di sicurezza in prima linea nella guerra contro il cybercrime, con consulenti che aiutano quotidianamente le aziende a prepararsi a contrastare attacchi informatici, oltre che con professionisti della sicurezza che hanno letteralmente sprangato i propri siti per proteggersi da eventuali attacchi, Imperva Inc. (NYSE: IMPV) pioniere del terzo pilastro della sicurezza IT e produttore leader di soluzioni che colmano le lacune dei sistemi di sicurezza tradizionali proteggendo direttamente applicazioni critiche e dati sensibili in data center fisici e virtualizzati, ha prodotto una comoda “guida per la sopravvivenza” agli attacchi web, condotti oggi nel 75% dei casi ai danni delle applicazioni su cui poggiano i siti stessi (cfr. Gartner Research).

Nello specifico degli attacchi DDoS ad esempio, questi non si limitano più a “mandare in tilt” un server inondandolo con miliardi di pacchetti TCP o UDP e picchi di traffico di fino a 300 Gbps, ma sfruttano a tale scopo proprio le vulnerabilità delle applicazioni o del database integrato nel sito. A fronte di campagne di attacco continue, vale la pena di prepararsi in modo da respingere con successo tali attacchi.


La guida alla sopravvivenza contro gli attacchi web, reperibile su https://www.imperva.com/lg/lgg.asp?pid=329 non si limita a trattare le metodologie di attacco e gli strumenti impiegati da hacktivists e cybercriminali, bensì illustra processi, tecnologie ed esempi di configurazione delle policy impiegabili al fine di salvaguardare il proprio sito da eventuali attacchi e rappresenta un punto di partenza concreto per la corretta prioritizzazione delle misure di sicurezza da adottare, facendo luce su aspetti di norma poco considerati, tra cui: 

L’origine delle minacce 
Che la minaccia provenga da un gruppo di hacktivists (p.es. Anonymous o similari), da uno script kiddie o da cybercriminali organizzati, sarebbe auspicabile compiere ricerche sulle rispettive tecniche di attacco e sugli strumenti che impiegano. Mentre monitorare le attività degli hacktivists è relativamente semplice, poiché pubblicizzano modalità e strumenti impiegati sui social e tramite forum, profilare le attività del crimine organizzato risulta più difficile. In questo caso l’opzione migliore è condividere con i vostri colleghi eventuali fonti di attacchi subiti, come le relative tecniche e gli strumenti adottati dai criminali, oppure consultare regolarmente i rapporti di “Hacker Intelligence” ed eventuali ricerche sulla sicurezza pertinenti al vostro settore di mercato.

Una corretta pianificazione
Oltre a definire un team di esperti di sicurezza che si renda disponibile h24 in caso di emergenza, si raccomanda di raccogliere informazioni salienti sulla propria rete e sui propri server, inclusi gli indirizzi IP dei server (Web / database) e delle appliance di rete (router / firewall) in uso, come quelli relativi all’infrastruttura di backup in caso di disaster recovery. E’ altresì opportuno produrre diagrammi che illustrino l’architettura di rete dei data center a rischio, oppure - qualora questi esistano - tenerli sempre aggiornati. Ovviamente tali informazioni vanno condivise solo tra gli addetti ai lavori, evitando l’invio per email o l’archiviazione delle informazioni su un file server accessibile a qualsivoglia impiegato. Nel contempo è necessario evangelizzare gli utenti aziendali in merito all’uso di password sicure, al phishing e al social engineering.

L’esatta localizzazione e identificazione di server, applicazioni e database
Nonostante un’accurata documentazione a volte sfuggono server isolati, implementati magari su piattaforme cloud dal reparto di ricerca e sviluppo per testare nuove applicazioni o nuovi database, oppure applicazioni installate senza previa autorizzazione sul client di qualche utente. Senza una verifica approfondita e una classificazione certa della località e della tipologia di tutti i server e delle applicazioni effettivamente in uso, la valutazione dei rischi non sarà completa e non consentirà agli amministratori di sistema di focalizzare i propri sforzi sulle aree realmente compromesse. 

Inoltre è necessario identificare e mettere in sicurezza i database che contengono dati sensibili tra cui informazioni personali, dati sanitari, numeri di carte di credito o proprietà intellettuali e definire quali applicazioni sono essenziali per il successo aziendale. Anche qualora il sito non dovesse contenere informazioni sensibili o essere direttamente collegato al vostro ERP, è comunque passibile di attacchi sia per la maggiore visibilità pubblica sia perché comunque è una potenziale porta d’accesso alle risorse di rete. 

I giusti strumenti per proteggersi
Una volta analizzate e rimosse le vulnerabilità di server e applicazioni, è il caso di potenziare le proprie difese. Per sventare un attacco è necessario applicare policy di sicurezza più rigide per applicazioni, server e reti. A tale scopo si raccomanda l’applicazione di policy di Intrusion Prevention stringenti attraverso adeguati firewall perimetrali, l’installazione di moderne soluzioni antivirus e l’aggiornamento costante delle rispettive definizioni sia sui client sia sui server. Qualora si impieghi un database firewall, sarebbe opportuno configurarlo in modo che lo stesso applichi virtualmente le patch ai database non patchati. Il database firewall sarà anche in grado di bloccare eventuali query non autorizzate al database.

Qualora la vostra organizzazione disponga di un sito che interagisce con i vostri clienti e partner o integra applicazioni extranet dislocate nel cloud, è necessario assicurarsi che esso sia protetto da un Web Application Firewall. Esistono diverse soluzioni per salvaguardare applicazioni in hosting, erogate in modalità SaaS ad esempio. I Web Application Firewall di ultima generazione identificano le richieste provenienti dai i più comuni strumenti di verifica delle vulnerabilità e hacking dei siti, tra cui Nikto, Paros e Nessus. Queste soluzioni sono altresì in grado di bloccare eventuali scanner di siti in base alla frequenza delle violazioni di sicurezza in un dato lasso di tempo. Per evitare che eventuali criminali identifichino vulnerabilità sul vostro sito è opportuno configurare il WAF in modo da bloccare tali scanner e/o applicazioni esplorative.

Infine, per ridurre il rischio di downtime, è necessario implementare policy specifiche, illustrate nel dettaglio nella “guida alla sopravvivenza”, prima che l’attacco abbia luogo. Tali policy andranno attivate immediatamente e adattate qualora si subisca un attacco. E’ anche opportuno far sì che tutti i device preposti alla sicurezza dell’infrastruttura IT e dei dati siano gestibili tramite una rete alternativa out-of-band, evitando l’irreperibilità dei device quando ne avrete assoluta necessità, ossia durante un attacco DDoS.

Procedure di monitoraggio e tuning in caso di attacco
Quanto elencato in precedenza fa capo alle misure preventive, ma cosa fare per contrastare un attacco in corso? Indubbiamente il team di esperti precedentemente determinato dovrà monitorare e gestire l’attacco sulla base di quanto riportato in primis dal web application firewall e in secondo luogo dagli altri baluardi di sicurezza posti all’interno dell’infrastruttura, al fine di adattare le policy precedentemente generate in modo opportuno e consono al tipo di attacco subito. 

Una volta terminato l’attacco, oltre a tirare un respiro di sollievo è assolutamente prioritario effettuare un’analisi dettagliata della situazione in termini di eventuali danni o di successi riscontrati nelle attività di contrasto dell’attacco, con l’intento di perfezionare strumenti e misure per la messa in sicurezza della propria infrastruttura e dei dati che essa ospita. A tale scopo è utile verificare sui social se c’è qualche traccia dell’attacco sferrato e/o se sono state pubblicate informazioni sugli strumenti utilizzati, ad esempio gli hacktivists comunicano con la sigla “#TangoDown” l’avvenuto crash del o dei server a cui miravano rendendo note su appositi forum le modalità di attacco. Link: http://tinyurl.com/IMPERVA-Survival-Guide Fonte: Sab Communications

Dell Quest semplifica la gestione e la sicurezza degli account privilegiati


Al fine di contrastare le violazioni di dati regolarmente riportate delle aziende, Dell Software presenta Quest One Privileged Access Suite per Unix, una soluzione che combina le tecnologie di bridge e root delegation di Active Directory per combattere la gestione inefficace di account privilegiati con una singola interfaccia intuitiva che garantisce la protezione dell’azienda dall’interno. Gli hacker perpetrano attacchi sempre più mirati sulle infrastrutture aziendali. 

Sono numerosi i report che segnalano dipendenti scontenti che utilizzano in maniera inappropriata il proprio accesso privilegiato per sottrarre dati aziendali sensibili e informazioni sui clienti, o causano problemi al sistema informatico aziendale. I sistemi Unix, per loro natura, sono potenzialmente molto vulnerabili, in particolar modo se nelle mani di dipendenti insoddisfatti. Le aziende spesso dispongono di numerosi server Unix e Linux, ognuno dei quali opera in maniera indipendente e richiede una propria gestione dell’account sorgente condiviso. 

Questo non solo risulta in un insieme sconnesso di controlli inaffidabili che si basano fortemente su processi manuali inclini all’errore, ma comporta che l’accesso all’account sorgente per ogni sistema si ottenga attraverso una password spesso condivisa tra il personale IT. Dell Software si è focalizzata sulla sicurezza per stabilire un perimetro che avvolga l’intero ambiente IT, offrendo la salvaguardia da minacce sia interne che esterne. 

Per proteggere l’organizzazione dall’interno, Dell Quest One Privileged Access Suite per Unix unifica e consolida le identità, assegnando responsabilità individuali e consentendo il reporting centralizzato per l’accesso Unix. Quest One Privileged Access Suite per Unix combina tre soluzioni di gestione di account privilegiati all’interno di una console unificata progettata per risolvere le problematiche legate a gestione e sicurezza degli ambienti Unix. 


• Authentication Services è la soluzione AD bridge di Dell che estende la sicurezza e la conformità di Active Directory a Unix e Linux - oltre che a Mac e a molte altre applicazioni enterprise - e condivide un’avanzata interfaccia di gestione e una solida integrazione sia con Quest One Privilege Manager per Unix che con Quest One Privilege Manager per Sudo.
• Quest One Privilege Manager per Unix è una soluzione sostitutiva per sudo che fornisce controlli granulari, basati su policy per proteggere l’accesso sorgente da potenziali usi scorretti o abusi, e aiuta a definire e a garantire le policy di sicurezza definendo chi può accedere a quali funzioni sorgente, oltre che le modalità e i luoghi in cui è possibile eseguire tali funzioni.
• Quest One Privilege Manager per Sudo ottimizza la gestione degli account privilegiati che utilizzano sudo eliminando l’inefficiente e inaffidabile gestione box-by-box. I plug-in unici di Dell possono potenziare sudo 1.8.1 (e versioni successive) con un server di policy centrale, la gestione centralizzata di sudo e del file di policy dei relativi utenti, e il reporting centralizzato sui diritti di accesso e sulle attività degli utenti sudo, così come il keystroke logging di attività eseguite tramite sudo.
• Quest One Privileged Access Suite per Unix offre all’IT una soluzione modulare e integrata di gestione degli account privilegiati attraverso una singola sorgente degli accessi unificata per l’intero ambiente Unix/Linux, utilizzando sudo o avanzate funzionalità di delegation che meglio si adattano alle necessità dell’azienda.


“Gli account privilegiati non gestiti adeguatamente rappresentano una delle più serie minacce alla sicurezza di un’organizzazione. Per questo motivo, l’IT deve estendere la protezione al di là di un singolo punto e garantire la sicurezza sia dall’esterno verso l’interno che viceversa. Quest One Privileged Access Suite per Unix offre una gamma completa di funzionalità di autenticazione, autorizzazione e amministrazione per l’accesso a Unix/Linux che assicurano una protezione completa”, ha commentato John Milburn, Executive Director, Identity and Access Management Solutions, Dell Software.

I numeri delle violazioni
• Ogni giorno un’azienda è vittima di una violazione di dati che si rivela essere molto costosa. Spesso queste vittime credono di disporre delle misure di sicurezza necessarie, purtroppo però vengono pre-identificate per essere attaccate o per vulnerabilità facilmente sfruttabili.
• Nonostante 855 aziende abbiano riportato incidenti e 174 milioni di record compromessi nel solo corso del 2012 , le aziende fanno fatica a difendere il perimetro da questi criminali.
• Una ricerca su 150 responsabili IT senior condotta per conto di Dell Quest Software ha rivelato che: o 46 intervistati possiedono oltre 100 account privilegiati all’interno delle loro organizzazioni.
• Oltre la metà degli intervistati (53%) ha oltre 10 amministratori che devono accedere a questi account e oltre un quarto di questi (27%) condivide le password tra più di 10 amministratori. o Circa due terzi degli intervistati non sono sicuri di poter tracciare le attività eseguite con credenziali condivise fino all’individuazione del singolo amministratore che le ha svolte.

Dell Inc. (NASDAQ: DELL) ascolta i clienti, offrendo tecnologie e servizi innovativi che consentono loro di ottenere di più. Per ulteriori informazioni www.dell.com e www.quest.com.


Fonte: Axicom
Foto: Quest

Microsoft e Symantec smantellano pericolosa Click Fraud Bamital botnet


Microsoft Corp. e Symantec Corp. hanno interrotto una globale operazione di cibercriminalità chiudendo i server che controllavano centinaia di migliaia di PC, senza la conoscenza dei loro utenti. Come riportato da Reuters, la Microsoft Digital Crimes Unit, in collaborazione con Symantec, ha tirato giù la pericolosa botnet Bamital che dirottava i risultati di ricerca delle persone portandoli a siti Web potenzialmente pericolosi che potevano installare malware sul loro computer, rubare le loro informazioni personali, o in modo fraudolento pagare le imprese per i clic sui banner pubblicitari online.

Trend Micro, nuova minaccia informatica: malware ruba immagini da PC


I Trend Labs security intelligence blog hanno dettagliato un nuovo interessante malware che tenta di rubare le immagini degli utenti e caricarli su un server FTP. Se il sistema è compromesso il malware cercherà sul   PC immagini da caricare al server remoto per una successiva analisi. Si è ipotizzato che i cyber criminali che stanno dietro il freddo di Troian utilizzino le foto alla ricerca di informazioni sensibili, per opportunità di ricatti e generalmente furto di ID per "Jiggery pokery".

Nuovo sistema di Facebook elimina immediatamente le foto dai suoi server


Sono trascorsi più di tre anni da quando ArsTechnica scoprì l'incapacità di Facebook a rimuovere le foto "cancellati" dai suoi server, ma questa particolare saga sembra stia volgendo al termine. La società ha dichiarato che i nuovi sistemi di conservazione delle foto sono a posto e adesso l'eliminazione delle foto avviene entro un ragionevole periodo di tempo e Asr  ha potuto confermare in modo indipendente.

Per prima cosa Asr ha iniziato a studiare Facebook, MySpace, Flickr, e Twitter nel 2009 per vedere quanto velocemente le loro foto scomparissero da Internet dopo che li avevano eliminati da ciascuna delle reti sociali. Il suo metodo per il controllo delle foto è stato quello di salvare un collegamento diretto con il JPEG in questione, facilmente ottenibile da chiunque con il tasto destro del mouse su una foto e aprendolo in una nuova scheda / finestra del browser, quindi effettuadno la copia della URL.

Anche se per Twitter e Flickr ci sono voluti pochi secondi per rimuovere le foto dai loro Content Delivery Network (CDN) dopo la cancellazione dal sito, MySpace e Facebook non sono stati così veloci. MySpace è riuscito a cancellare le foto dal suo CDN mesi più tardi e Facebook ha impiegato più di un anno. Nonostante ciò, le foto di numerosi lettori di Ars sono rimasti online (attraverso collegamento diretto) per tre anni o più .

Facebook sosteneva che gli utenti che avevano gli URL diretti delle foto cancellate erano rari e che le foto erano disponibili online solo per un "periodo limitato di tempo". Ma nel mese di febbraio di quest'anno, la società ha finalmente ammesso che i suoi sistemi non hanno lavorato correttamente fino a quel momento, confermando che non tutte le foto sono state cancellate entro un ragionevole lasso di tempo.

"I sistemi che abbiamo usato per la memorizzazione delle foto di qualche anno fa non sempre hanno rimosso le immagini dalla rete entro un termine ragionevole di tempo, anche se sono state immediatamente rimosse dal sito", aveva detto il portavoce di Facebook Frederic Wolens ad Ars nel mese di febbraio. "Abbiamo lavorato duramente per spostare la nostra memoria foto a nuovi sistemi che garantiscono la completa eliminazione delle foto".

Adesso la situazione è cambiata. Dal mese di febbraio, tutti i collegamenti diretti  delle foto che sono stati inviati dai lettori ad Ars sono scomparsi, e Jacqui Cheng, senior Apple editor ad Ars Technica, ha cominciato a cancellare le sue foto di nuovo dal sito di Facebook per vedere quanto tempo ci sarebbe voluto per la loro rimozione dal CDN. Ha provato questo con due foto ed entrambe sono diventati inaccessibile da link diretto entro due giorni dalla cancellazione.


Wolens ha confermato ad Ars che questo era un risultato della nuova politica della cancellazione delle foto di Facebook e sistemi di storage. "Come risultato di un lavoro sulle nostre politiche e le infrastrutture, abbiamo istituito un 'max-age' di 30 giorni per i nostri collegamenti CDN", ha detto Wolens ad Asr Technica questa settimana. "Tuttavia, in alcuni casi il contenuto scade al CDN molto più rapidamente, sulla base di una serie di fattori".

Wolens non ha spiegato tali fattori, ma ha sottolineato ancora una volta che le persone che navigano casualmente su Facebook non vedranno più le foto subito dopo l'eliminazione. "Come sapete, le foto cessano di essere mostrate ad altri utenti su Facebook immediatamente quando la foto viene cancellata dall'utente. La finestra di 30 giorni si applica solo alle immagini memorizzate nella cache sul CDN", ha detto Wolens.

Meglio tardi che mai, ma 3 + anni è ancora un bel po 'per il social network più famoso al mondo per capire come rimuovere le immagini dal suo CDN correttamente. (CEO di Facebook Mark Zuckerberg è probabilmente felice politiche aziendali hanno finalmente cambiato, anche, perché ci potrebbero essere le foto ancora più imbarazzanti che non sono stati scaricati da parte di estranei, prima di essere "cancellato" dal sito.)

Facebook ha acquistato il servizio di condivisione foto Instagram nel mese di aprile di quest'anno, così  Cheng ha pensato di dare un'occhiata anche alle procedure di cancellazione delle foto Instagram. Le due società non dovrebbero essere completamente integrate, a questo punto, quindi è logico che Instagram potrebbe funzionare un pò diversamente da Facebook, al momento della stesura di questo articolo.

Ha provato cancellando due foto per un periodo di quattro mesi. La prima è stata "cancellata" nel mese di aprile, ma non è scomparsa dai server di Instagram fino alla settimana scorsa, mentre la seconda è scomparsa istantaneamente. Non c'è stato alcun ritardo: nel momento in cui ha cancellato l'immagine, era già inaccessibile dai server di Instagram. Curiosa del divario,  Cheng ha chiesto alla società circa le sue politiche.

"Noi contrassegniamo le foto come eliminate in [Amazon S3] dopo una cancellazione dell'account utente, anche se possono essere memorizzate nella cache nel nostro CDN fino a 24 ore dopo. C'è stato un breve periodo di tempo in cui le foto non sono state sempre contrassegnate come eliminate in S3, ma è stato risolto", ha detto il portavoce di Instagram Kevin Systrom, in risposta ai 4 mesi di ritardo nel cancellare la prima foto di Cheng.

I problemi di privacy su Facebook non sono comunque finiti. Ad esempio, la Norvegia ha avviato un'indagine sul riconoscimento facciale di Facebook. Per lo stesso motivo il Garante per la privacy in Germania, ha riaperto l'indagine che aveva sospeso a Giugno per cercare di convincere Facebook a cambiare le sue politiche. Poiché la società si muove in avanti nel suo nuovo ruolo di azienda pubblica, tali questioni dovranno essere affrontate se Facebook vuole rimanere ancora in cima.

Nuova app McAfee sfuma foto su Facebook e blocca download ad estranei


McAfee ha annunciato un nuovo strumento per gli utenti di Facebook chiamato McAfee Social Protection. Questa applicazione Facebook, che sarà disponibile come beta pubblica gratuita alla fine di questo mese, consente agli utenti di condividere foto protette con amici selezionati e soltanto con quelli. Si tratta, in sostanza, di una sorta di Digital Rights Management (DRM) che impedisce la condivisione e il download delle immagini sulle bacheche degli amici non autorizzati.


Il concetto alla base dello strumento è piuttosto semplice: se è possibile decidere le impostazioni sulla privacy delle foto per escludere estranei dalla loro visualizzazione sul proprio profilo Facebook, non c'è modo per impedire agli amici di Facebook di condividere le foto ovunque essi vogliono. Ad esempio, se si pubblica una foto incriminante su Facebook e uno dei propri amici la condivide sulla sua bacheca, allora altre persone potrebbero vederla.

Allo stesso modo, se gli amici scaricano quella foto e il loro computer o account di posta elettronica è violato, la foto potrebbe cadere nelle mani sbagliate. McAfee per la protezione sociale si propone di risolvere questo problema, dando agli utenti di Facebook una piattaforma sicura attraverso la quale possono caricare e condividere foto, senza doversi preoccupare che altre persone le scaricano, le copiano, o le condividono con gli altri utenti.

McAfee ha dimostrato la nuova applicazione il pomeriggio di Giovedì nel suo ufficio di Santa Clara. Dopo un rapido download e l'installazione di uno speciale photo viewer, gli utenti sono in grado di caricare, condividere e visualizzare le foto sulla piattaforma sicura. Le foto sono criptate in modo che non possono essere copiate, stampate, o prese attraverso gli screenshot, e solo gli amici che invitano a vederli sono in grado di vederli.


Tutti gli altri vedranno interpretazioni sfuocate delle foto. Le foto non sono ospitate sui server di Facebook, ma su un server sicuro di Intel. Fondamentalmente, questa applicazione aiuta a garantire che le foto non finiscano nelle mani sbagliate, anche inavvertitamente. Dal momento che i propri amici non possono salvare o scaricare le foto, anche se i loro account o dispositivi sono compromessi, le foto sono al sicuro.

Come spiega Pc World, il sistema non è infallibile - ovviamente, se qualcuno vuole veramente ottenere la foto, ci sono soluzioni alternative (per esempio, si può solo fare una foto dello schermo separatamente con una macchina fisica). Ma l'applicazione non presenta un ostacolo al facile, one-click di condivisione che a volte può far diffondere viralmente sul social network delle foto compromettenti.

L'applicazione McAfee Social Protection verrà distribuita come plugin per i browser Web più diffusi (Internet Explorer, Mozilla Firefox e Google Chrome) su PC alla fine di agosto e solo in beta pubblica, mentre il supporto per Mac, iOS e Android verrà aggiunto entro la fine dell'anno. Dopo aver installato il plugin e riavviato il browser, gli utenti potranno effettuare il caricamento delle foto sulla piattaforma sicura di Intel.


Le foto verranno criptate e chi tenterà di scaricarle o premerà il tasto Print Screen (Stamp), vedrà apparire sulla foto un rettangolo nero con il simbolo del lucchetto. Lo strumento McAfee di protezione sociale è un ulteriore livello di protezione per gli utenti di Facebook al di là delle solite impostazioni di privacy che possono mettere in atto, che non possono proteggere le foto che vengono postate su una pagina.

"L'obiettivo è l'uso quotidiano di Facebook, e come i contenuti digitali finiscono nei posti sbagliati senza volerlo", ha detto Giovedì mattina Brian Foster, vice presidente senior della gestione dei prodotti di consumo di McAfee, in una conversazione telefonica con CNET. Solo gli utenti autorizzati potranno vedere la foto "in chiaro". Il plugin integra anche una tecnologia di riconoscimento facciale che identifica le immagini in cui è presente l'utente.

Presumibilmente, in questo modo, si potrà contattare l'amico chiedendogli di non taggare il proprio volto. Foster ha detto che Social Protection è stata sviluppata principalmente da software di Intel in collaborazione con McAfee. Mentre l'applicazione per la protezione sociale non sarà in grado di impedire alle persone veramente dannose di rubare le vostre foto, si tratta di un passo nella giusta direzione quando si tratta di aiutare gli utenti a ottenere un aiuto per proteggere i loro dati personali.

DNSCharger, il 9 Luglio molte persone non potranno accedere a Internet


Migliaia di persone potrebbero perdere l'accesso a Internet il 9 luglio prossimo a causa di un virus, DNSChanger, che ha già infettato circa 4 milioni di computer in tutto il mondo. Il Federal Bureau of Investigation ha fornito per primo i dettagli sul virus lo scorso novembre, quando ha annunciato l'arresto degli autori del malware. E' un malware che modifica le impostazioni di Rete, così, ogni volta che si digita il nome di un sito Web sulla barra degli indirizzi del browser, il virus DNS Changer trasforma il nome rimandando a pagine di un sito creato appositamente per truffe come il phishing.

Microsoft e servizi finanziari contro cybercrimine, disattivati server Zeus


La Digital Crimes Unit di Microsoft in collaborazione con il Financial Services - Information Center Sharing and Analysis (FS-ISAC) e NACHA - Associazione per i pagamenti elettronici, così come Kyrus Tech Inc. - hanno eseguito uno un'azione globale coordinata nei confronti di alcune delle peggiori attività cybercriminali che alimentano frodi online e furti di identità. Con questa azione legale e tecnica, un certo numero di botnet più dannose che utilizzano la famiglia di malware Zeus in tutto il mondo sono state interrotte in una inedita operazione proactive cross-industry contro questa organizzazione criminale.

SSL: VeriSign ripetutamente violata nel 2010, ma la società minimizza


VeriSign, la società responsabile dell'integrità degli indirizzi web che terminano in. Com,. Net e .Gov e della consegna sicura dei certificati a più della metà dei siti web del mondo, ha finalmente rivelato violazioni della sicurezza risalenti al 2010. Secondo un report dell'agenzia di stampa Reuters, l'azienda è stata più volte violata da estranei, che avrebbero rubato "informazioni riservate". I suoi dirigenti hanno detto di "non credere che questi attacchi abbiano violato i server che supportano Domain Name System di Rete", ma la società non può escludere niente, ha aggiunto. Gli attacchi sono stati rivelati in una relazione trimestrale della Commisione US Securities and Exchange presentata ad ottobre, dopo l'introduzione delle nuove linee guida in materia di rendiconto delle violazioni della sicurezza per gli investitori, afferma il rapporto.

Symantec scopre truffa attraverso clic fraud veicolata da file infector


I ricercatori di sicurezza di Symantec hanno scoperto una truffa attraverso clic fraudolenti con l'aiuto di un file infector sofisticato. I file infector sono tipologie di virus che infettano i file, modificandone la struttura interna in modo tale da essere eseguiti quando viene lanciata l'applicazione che li ospita. In realtà l'infector, chiamato W32.Xpaj.B, ha attirato l'attenzione degli analisti di malware per il suo complesso sistema tecncio di evasione. W32.Xpaj.B è uno degli agenti infettanti di file più complessi e sofisticati che Symantec abbia mai incontrato.

Cellula italiana Anonymous, pagine Facebook e Twitter per comunicare


Salgono a 15, di cui 5 minorenni, i denunciati ritenuti appartenenti alla cellula italiana Anonymous. Si tratta di giovani di eta' compresa tra i 15 e i 28 anni che da gennaio ad oggi hanno attaccato siti istituzionali italiani e di importanti aziende. Le indagini condotte dal Centro nazionale anticrimine informatico per la Protezione delle infrastrutture critiche (CNAIPC) hanno accertato che il gruppo italiano forniva anche appoggio per incursioni informatiche ad hacker stranieri.